da "l'Unità" del
25/02/2002
Dopo
il Palavobis
di
Furio Colombo
Chi
sono i quarantamila cittadini che
sabato a Milano si sono passati
parola e si sono trovati insieme,
in un numero che, da solo, spinge
via inchieste e sondaggi e che
farebbe notizia d’apertura anche
a Londra o a New York?
La parola «forcaioli» dei
giornali che fanno capo a
Berlusconi umilia il sistema delle
informazioni prima che la dignità
di coloro che la usano. Mai, prima
di loro, qualcuno aveva proposto
che destra (destra liberista,
destra di mercato, ma anche destra
di idee e di visioni della vita)
fosse tutt’uno con gli interessi
di alcuni a sottrarsi ai processi,
che la destra fosse un movimento a
difesa dei corrotti e dei
clamorosi conflitti di interesse
di un loro leader.
Il Tg1 di una televisione di Stato
non ancora colonizzata e già
ansiosa di non irritare i nuovi
padroni, finge di non accorgersi
della portata dell’evento. Lo fa
con l’espediente di una lunga
intervista di apertura al
presidente della Confindustria
D’Amato che non ha niente da
dire. Quarantamila persone venute
di propria iniziativa ad un
incontro politico che esse stesse
hanno creato non sono che una
notizia secondaria da sbriciolare
(in nome di una bizzarra par
condicio) insieme con un
convegnino di amici degli
imputati. Sarebbe come equilibrare
la cronaca del prossimo grande
sciopero del lavoro in Italia con
un ritrovarsi nostalgico delle
Guardie d’Onore del Pantheon.
I giornali di padron Berlusconi,
diventati per l’occasione «opposizione
implacabile», come ai vecchi
tempi, usano ogni tipo di insulto.
Il loro problema è che - come il
loro padrone - possono essere
sboccati ma non spiritosi.
E allora si avventurano in battute
volgari perché non hanno altra
lingua, idee o concetti. Però si
rendono conto di quello che è
accaduto, e decidono di
fronteggiarlo subito con ogni
mezzo: lo spintone,
l’insinuazione, l’insulto che
non sono mai stati un problema,
come dimostra la loro campagna
elettorale e le quotidiane
dichiarazioni dei loro ministri.
La reazione, comunque, è
concitata, violenta. E’ la
reazione di chi registra il colpo.
Poi torneranno con la stessa
faccia di bronzo, a farsi da soli
le loro leggi ammazza-diritto. Ma
sabato 23 febbraio, a loro modo,
hanno visto, capito, preso atto. E
non sono affatto contenti.
* * *
Saranno contenti coloro che -
nelle prime file della sinistra e
dei Ds - si dimostrano preoccupati
di toni eccessivi e di «indignazione
che non serve»? Qualcosa, forse
un passato in cui hanno dato
intelligenza, ideazione, sforzo,
fatica e rischio per rappresentare
la voce di milioni che altrimenti
sarebbe rimasta muta, fa da
schermo ad alcuni di loro.
Impedisce di vedere ciò che
davvero accade adesso, in questi
giorni. Resta il fatto che proprio
a loro riesce difficile capire
subito, al volo, il senso di
offesa che provocano in tanti
cittadini i fatti, i gesti, gli
atti, le leggi gravissime,
l’incalzare di aggressione e di
disprezzo, di falsità e di
devastazione delle istituzioni
messe in atto da questo governo e
dalla sua maggioranza.
Berlusconi e i suoi avrebbero
potuto fare le stesse cose
distruttive con formale riguardo e
cortesia verso l’opposizione.
Per ogni atto, intervento, evento
di Berlusconi, un bravo
sceneggiatore sarebbe in grado di
riscrivere ogni passaggio con
tollerabile stile di buona
educazione, di apparente e
rispettosa cautela.
Se questa sceneggiata di buona
educazione fosse mai avvenuta
sarebbe stato possibile capire una
raccomandazione da sinistra alla
calma. Ti direbbero: non dobbiamo
essere proprio noi a rompere un
gioco almeno formalmente
democratico, persino se è più
forma che sostanza.
Però viviamo in un mondo di
attacchi alla legge, alla
Costituzione, al buon senso,
all’immagine del Paese, con
gente che governa guidata da un
continuo senso di vendetta, di
minacce personali più o meno
esplicite.
Credo che sia difficile contestare
questa letterale descrizione
dell’Italia di oggi. E allora
perché comportarsi come educati
ambasciatori di un Paese che non
esiste?
Il Paese - certo una parte di esso
- è umiliato e offeso. E’
indignato. Si fa trovare, in
occasioni che continuano a
moltiplicarsi, pronto a parlare ed
a ascoltare, a contribuire e a
rispondere. Tutto meno che far
finta di niente. Che fare, lo
rimandiamo a casa?
L’occasione più clamorosa è
stato l’auto appuntamento di
quarantamila cittadini a Milano.
Posso capire il povero Forattini
che si riduce a rappresentare
l’evento con formichine che
fanno un girotondo a forma di
falce e martello intorno a un nodo
scorsoio. Un vignettista non ha
l’obbligo di ricordare che il
nodo scorsoio appartiene a un
partito di governo, al più caro
alleato di Berlusconi che lo ha
fatto ciondolare nell’ Aula del
Senato, al tempo di “Mani
Pulite”.
A Milano il decennale
dell’indagine giudiziaria che ha
ridato decoro all’Italia è
stato solo il simbolo e il
riferimento per parlare do oggi,
di Berlusconi, delle costanti
violazione della legge, del
clamoroso assalto al potere
giudiziario da parte di questo
regime di affari.
Forse è utile proporre questa
riflessione ai leader della
sinistra, quelli che dissentono,
quelli che approvano da lontano,
quelli che non avevano previsto
l’evento, benché ripetutamente
annunciato dalla rivista Micromega
e sostenuto da questo giornale. E
anche quelli che sono stati
presenti. Senza i quarantamila di
Milano, senza gli eventi di Roma,
di Firenze, di Bologna, di Torino,
senza tutti i girotondi così
spesso ridicolizzati, l’Italia
sarebbe la stessa?
Chiedo a coloro che
realisticamente hanno sùbito
visto il cambiamento di situazione
e di clima in Italia, quando c’è
stata la marcia dei quarantamila a
Torino (i quadri della Fiat, negli
anni Ottanta): vi sembra che i
quarantamila di Milano contino
meno e non segnino una svolta per
tutta l’opposizione?
Ti ammoniscono pacatamente, ti
dicono che l’indignazione non
serve. Qualcuno ricorda un evento
della storia o della politica, in
questo Paese o nel mondo, che non
sia nato, prima di tutto, da un
vasto moto condiviso di
indignazione? Per capire la frase
« L’indignazione non serve»,
provate a immaginare queste parole
sulle labbra di Martin Luther King.
Alla fine del suo movimento ci
sono leggi e sentenze che cambiano
la vita di un intero Paese. Ma
all’inizio c’è la
mobilitazione e la passione
spontanea di chi si schiera con
lui perché certe cose non le può
tollerare. O così o niente.
Per capire, cerchiamo in tutta la
storia antifascista di questo
Paese, clandestinità,
Liberazione, lunghissimo
dopoguerra di faticate conquiste
di democrazia e di lavoro. E’
mai accaduto che qualcosa sia
iniziato senza lo slancio della
partecipazione, della passione,
dell’indignazione, del mettersi
personalmente in gioco? Capisco
che qualcuno - fra coloro che in
quel passato hanno avuto un ruolo
- pensi oggi, forse con un po’
di irritazione, «ma noi abbiamo
già dato». Capisco. Ricordo. Ma
la storia (succede sempre così
nelle svolte importanti) comincia
adesso. Comincia quando capisci
dalle parole, dai fatti, dal
rischio a cui ti espone chi ti
governa, di vivere in un momento
di emergenza. E non vuoi stare
zitto e pensare ad altro. La prima
risposta è di esserci, uniti e
indignati. Esattamente come sta
accadendo in questi giorni.
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