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da
repubblica.it del 24/02/2002
L'effetto
Palavobis
di
Curzio Maltese
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GLI
organizzatori di MicroMega
aspettavano tre o quattromila
persone al massimo per celebrare
il decennale di Mani Pulite in un
paese senza memoria e con troppa
televisione. Invece ne sono
arrivate dieci volte tanto, trenta
o quarantamila. Difficile dirlo
perché i cancelli del Palavobis
sono stati chiusi a mezzogiorno,
quando i dodicimila posti
all'interno erano già esauriti, e
fino alle quattro del pomeriggio
migliaia di persone hanno
continuato a invadere le strade, i
prati, i parcheggi intorno al
Palavobis, in un girotondo al
cubo. Tanto che il palco si è
sdoppiato, con Antonio Di Pietro e
Dario Fo, Furio Colombo, Sabina
Guzzanti, il professor Pardi
costretti a bissare ai cancelli i
loro interventi, megafono in mano.
Dieci anni dopo, Berlusconi ha
vinto. Ma Milano, l'Italia non
hanno dimenticato. Nonostante anni
di informazione a senso unico
contro le "toghe rosse",
di martellante propaganda sul
"giustizialismo", il
"golpe dei magistrati" ,
la "guerra civile",
insomma i mille luoghi comuni
sparsi dai corrotti e dai loro
servi. Nonostante questo pensiero
unico abbia finito per contagiare
perfino l'altra metà della
politica. Gli avversari di
Berlusconi che l'hanno prima subìto,
poi accettato e infine ripetuto,
per paura o convinzione, calcolo
politico o subalternità
culturale, conformismo, va' a
sapere. Eppure tanti che c'erano
non hanno dimenticato. E chi non
c'era o era appena un bambino,
come i moltissimi ventenni
presenti al Palavobis, ha voglia
di sapere, di conoscere la storia
oltre l'informazione virtuale.
Comunque sia, la folla inattesa di
Milano conferma che la storia si
è rimessa in moto. Bisognerà
fare i conti con una nuova realtà.
Da un lato, un leader come
Berlusconi che somma cariche,
potere e televisioni, affermando
ogni giorno una visione padronale
della società nei confronti di
qualsiasi interlocutore interno o
esterno, si tratti di alleati o
avversari, dipendenti o
concorrenti, istituzioni o
movimenti. Con una forza sostenuta
dall'egemonia mediatica ma che
certo non deriva soltanto da
quella, Piuttosto da un progetto
preciso e coerente di società,
una specie di utopia inquietante,
che sa declinarsi in ogni
circostanza e settore, sanità,
scuola, lavoro, e trovare una
risposta chiara e
"facile" per ciascun
problema. Dall'altro, dal basso
sale una protesta senza leader che
esprime una visione opposta ma
ugualmente centrata sugli assi
cartesiani di valori fermi, capaci
di tradursi in contro proposte
altrettanto chiare sulla
privatizzazione di scuola e sanità,
come sulla legalità e la libertà
d'informazione, sull'articolo 18
come sul conflitto d'interessi e,
ove interessi ancora, sulla
memoria e la storia,
dall'antifascismo a Mani Pulite.
Nel mezzo dello scontro, vaso di
coccio fra vasi di ferro, c'è una
dirigenza della sinistra e
dell'Ulivo che arranca malamente
dietro gli eventi. Forse perché
la visione della società dei
leader non è più altrettanto
limpida di quella espressa dagli
elettori, dopo mille giravolte,
ripensamenti, compromessi con una
realpolitik malintesa o
paradossalmente masochista. Forse
soltanto perché sono molto poco
tempisti. La nomenclatura che in
piazza Navona s'è fatta
sorprendere dallo schiaffo di
Moretti, o che l'altro giorno s'è
ripresa gli intellettuali mentre
Berlusconi si prendeva la Rai,
ieri al Palavobis non c'era,
perdendo un'occasione. Addirittura
in polemica con i suoi elettori,
perché questo erano i
quarantamila, perché "sono
qualunquisti", perché
"non si festeggiano le
manette", "Mani Pulite
non interessa più",
"non si fa strada con il
giustizialismo".
Un po' in ritardo è arrivato il
contrordine di Fassino e Rutelli,
che hanno invitato ad ascoltare la
voce del Palavobis. Chi sono i
veri garantisti? Ma allora non c'è
da stupirsi se il secondo
bersaglio delle battute più
applaudite, dopo Berlusconi, è
stato Massimo D'Alema. Dal palco
se ne sono sentite tante, giuste o
sbagliate, toccanti o retoriche. I
cittadini del Palavobis hanno
applaudito e fischiato, si sono
indignati e hanno riso con Dario
Fo e Sabina Guzzanti. Un copione
libero, a tratti caotico. Anche
qui, un'immagine rovesciata
rispetto al talk show "stelle
e strisce" organizzato mesi
fa dalla destra, così leccato,
prevedibile, televisivo, con tanto
di bravo presentatore e colonna
sonora. Qui hanno parlato a
braccio, senza toni (e tempi)
televisivi. Ma il vero
protagonista è stato il popolo
dell'Ulivo in libera uscita,
"qui fra noi, senza nessuno
che ci invita a capire le ragioni
dei ragazzi di Salò. Quali
ragazzi? Quali ragioni?". In
libera uscita ma sempre ulivista,
come ha dimostrato di fronte
all'"eroe" Antonio Di
Pietro, che ha raccolto ovazioni
quando ha ricordato il suo lavoro
di magistrato, ma anche mugugni
appena ha attaccato il comizio da
leader. Qualche perplessità ha
anche accompagnato le esibizioni
dell'ormai inarrestabile Zaccaria
e di Carlo Freccero. Soprattutto
fra quanti pensano che se l'Ulivo,
invece di lottizzare, avesse fatto
finalmente una seria riforma del
sistema televisivo, forse oggi non
saremmo arrivati a questo punto.
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