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Newsletter n.  4 del 10/03/2002
Roberto Benigni, ovvero "Vincere a colpi d'amore".
di Giovanni Pecora

Nella mia vita, un giorno, entrò un prete nemmeno più tanto giovane, che invece di pensare ad indottrinarmi e catechizzarmi mi mise tra le mani alcuni libri come "Dom Helder Camara - La voce di un mondo senza voce", "Umanesimo integrale" di Jacques Maritain, l'enciclica "Evangeli Nuntiandi", e mi disse semplicemente:<<C'e' tanta gente che soffre nella nostra terra ed in tutto il mondo. Vuoi darmi una mano per tentare di fare qualcosa?>>. E fu così che iniziai con lui un cammino che mi marchiò come un tatuaggio indelebile: era verso la metà degli anni '70 ed ancora oggi, che pure non frequento più parrocchie da tempo, la mia attenzione verso gli "ultimi", i nuovi poveri, i "senza voce" rimane per me assolutamente una scelta di vita. Don Giovanni, questo è il suo nome ed ometto il cognome solo per rispetto alla sua scelta attuale di ritirarsi a vita privata e di preghiera in quel di Reggio Calabria, non mi disse mai "combattiamo contro..." ma "diamoci da fare per...", e mentre "facevamo" studiavamo, e mentre studiavamo vivevamo sulla nostra pelle di "giovani missionari" tutte le piaghe e le sofferenze del mondo vicino e lontano.

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Non mi sembra strano che su questa strada ci siamo incontrati nientemeno che con Roberto Benigni, proprio perchè le strade che attraversano gli stessi territori desolati, come nei deserti, prima o poi fatalmente si incrociano. Mi sembrava strano, invece, che non ci fossimo ancora incontrati con lui e con tutta quella piccola grande umanità che in silenzio cerca la strada difficile della Giustizia "giusta" ed uguale per tutti, di una più equa distribuzione delle ricchezze del mondo, del coinvolgimento fattivo e solidale nei bisogni degli "ultimi", nella ricerca di un ambiente a misura d'uomo, nella necessità di proseguire nella strada delle riforme sociali e dello "sviluppo sostenibile". Ma tutto senza toni da crociata, senza la ricerca di un "nemico del popolo" ma sia pure con i toni fermi della denuncia coraggiosa di quanto losco ci sia in alcuni pericolosi connubi tra politica ed affari.

Quando il losco c'è realmente, non "a prescindere".

Quando ripenso all'esibizione di Roberto sul palcoscenico di Sanremo, davanti a tanti milioni di italiani che si aspettavano toni da invettiva e scomuniche da Savonarola, sorrido felice. Sorrido perchè Roberto ha utilizzato quella "scintilla divina" che gli permette di parlare direttamente al cuore delle persone per parlarci dell'unica, vera, grande e dirompente arma che può sconfiggere il male: ci ha parlato dell'Amore, quello con la "A" maiuscola, quello che sa essere coraggioso nel denunciare ma sa anche pronto a capire gli errori altrui, quell'Amore che non ha bisogno di scatenare "guerre sante" per dire la Verità, quell'Amore che trasforma uno schiaffo in un buffetto amichevole, pur mantenendo la stessa identica forza d'urto. Quell'Amore che rende meno amara la medicina per chi è ammalato, come ammalata è ai giorni nostri la nostra Democrazia, quell'Amore disinteressato verso gli altri che fà dubitare di perplessa ammirazione coloro che, prigionieri della loro egoistica pusillanimità, pensano "Ma chi glielo fà fare...". Roberto esordisce con un inno all'Amore che riesce a fare breccia in tutti i cuori presenti, anche in quelli più prevenuti e pronti a sfoderare la spada contro di lui, dimostrando che non sono le armi che prevengono l'uso delle armi, ma che parole sincere di Pace sono più disarmanti di mille bombe nucleari. Poi continua con una citazione a sorpresa: Sant'Agostino, nientemeno! "Ama, e poi fai ciò che vuoi" - ripete con il suo sorriso fanciullesco - "Perchè quando ami è la mano di Dio si poggia sulla spalla dell'uomo".

Benigni che cita Sant'Agostino!

Sembra di sognare, e come a completare il suo pensiero inespresso (o forse è lui che mi ha spinto a pensarci inconsciamente) mi viene in mente una risposta che nel suo libro "La Città di Dio" Agostino diede ai Romani, convinti che il disastro dell'Impero derivasse dall'abbandono della religione tradizionale "Non gli dei, ma le virtù degli antichi Romani hanno costruito l'Impero; e ora esso va a picco perchè quelle virtù sono venute meno. I Romani antichi avevano saputo frenare molti loro istinti meschini per amore della patria: invece i discendenti di quegli eroi vivono da parassiti oziosi, trascinandosi dal palazzo di un potente al Circo, oppure ai teatri, scroccando il pane ed abbrutendosi nei divertimenti". Mi sembra di vedere qualcosa di attinente a quanto avviene oggi in Italia, dove molti si lamentano della pericolosità della avversa parte politica e non pensano, invece, a come possa essere pervenuta essa al successo elettorale non tanto per meriti propri quanto per demeriti altrui. Ma la vera apoteosi è nel momento in cui Roberto, come ad indicare una strada a tutti noi, comincia a recitare in onore di tutte le donne il Canto XXXIII° della Divina Commedia:"Vergine madre, figlia del tuo Figlio, Umile e alta più che creatura, termine fisso d'eterno consiglio...". Noi tutti ricordiamo questo brano con molta tenerezza, e quindi è facile per Roberto tramite questo espediente entrare nei più remoti recessi dei cuori di ognuno, laddove nessun "Porta a Porta", nessun comizio, nessun discorso politico avrà mai diritto di accesso.

Con un duplice effetto: nei cuori degli avversari gli fà guadagnare il rispetto, quasi una forma di sorprendente "guardinga simpatia".

Nei cuori dei suoi amici, invece, è come se una luce potentissima avesse rischiarato quella che sembrava in un primo momento una "nuttata" edoardiana, poi, dopo "l'urlo" di Nanni Moretti e gli autoconvocati di Firenze, del Palavobis di Milano, dei Girotondi, un duro e lungo "purgatorio". E' il segnale della luce che sta tornando a sconfiggere le tenebre, è il segnale che la nostra presa di coscienza degli errori fatti è già un segnale inequivocabile di un nuovo giorno che sta per nascere: e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno, finalmente, di parole ricche di speranza, non più crepuscolari, non più autoflagellanti.

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E fu così che, come San Francesco ammansì il lupo di Gubbio con gesti d'amore, anche il "piccolo diavolo" è riuscito ad ammansire il suo feroce nemico Ferrara riempiendolo di gioiose impertinenze, solleticandolo con la piuma dell'arguzia mentre quello impugnava la clava della prepotenza, ma soprattutto bombardandolo con dosi massiccie d'Amore, sostanza letale per chi non ne è assolutamente abituato all'uso. Stessa sorte riservata, poi, al Grande Innominato Silvio Berlusconi, che dai panni di Imperatore del Male cucitigli addosso da una male assortita compagine antagonista alle scorse elezioni, ora si ritrova improvvisamente "in mutande" sbertucciato nei suoi piccoli tic e nelle sue gaffes ma mai offeso, mai sputacchiato, mai messo alla gogna. Anzi! Proprio dopo avergli sfilato uno ad uno tutti gli indumenti con grazia e bon ton (su argomenti seri come le rogatorie, il conflitto d'interessi, la scarsa considerazione nel mondo), invece di abbandonarlo al pubblico ludibrio come un fantoccio sventrato lo abbraccia con Amore, lo ripulisce da qualche schizzetto di fango e gli offre persino il proprio cappotto per coprirsi:"Presidente Berlusconi, le affido queste parole: ogni sera, quando andiamo a dormire, ci faccia sentire orgogliosi di essere italiani!".

Scrive l'ascaro Ferrara:"...E' stato un po' vigliacchetto, buonista in linea con Sanremo e buonista anche in linea con il risultato delle elezioni, delle quali evidentemente ha tenuto conto più di chiunque altro". Ed invece, caro Ferrara, in quella chiosa così "buonista" c'era la sintesi di tutto il suo intervento, e tu non te nei sei accorto o, per cercare di mettere una "pezza a colori", hai fatto finta di non accorgertene. Roberto ha detto con garbo che invece, fino ad oggi, noi ci vergognamo un pò di essere italiani. Il che non mi sembra tanto una carezza nei confronti di questa maggioranza e di questo premier. Ma con la forza dell'Amore ha anche riaffermato che nessuno di noi deve gioire morbosamente di questo disastro istituzionale, né a destra né a sinistra, e che tutti dobbiamo essere pronti a riconoscere, lealmente, se il Governo dovesse dimostrare un'inversione di tendenza.

E se è il caso, dobbiamo dimostrarci pronti a governare l'Italia anche dall'opposizione. Intanto, anche al nostro interno, riapriamo quei canali di comunicazione tra mondi convergenti come le tante anime socialiste, ambientaliste, riformiste, cattoliche e laiche, con una speciale attenzione ai giovani cattolici impegnati nel volontariato, nel sociale, nelle missioni, che con troppa supponenza abbiamo lasciato indietro come se fossero soldatini disciplinati che dovevano ubbidire ad una certa gerarchia ecclesiale ancora prigioniera di pregiudizi da guerra fredda, e soprattutto guardando a quell'universo di una sinistra per sua vocazione estremamente attenta e sensibile alle problematiche sociali "forti" come il pacifismo, la solidarietà, la lotta per la cancellazione del debito dei Paesi poveri del Terzo e Quarto mondo, i pericoli di una globalizzazione selvaggia. Abbiamo tanto da fare "per" creare le condizioni di un cambiamento epocale per il nostro Paese, che non abbiamo tempo di "combattere contro" qualcuno.

Tanto a farsi del male - la nemesi di Moretti! - ci sta pensando lui stesso e qualche suo "fede...le" cortigiano.

Giovanni Pecora
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