Nella mia
vita, un giorno, entrò un prete
nemmeno più tanto giovane, che
invece di pensare ad indottrinarmi e
catechizzarmi mi mise tra le mani
alcuni libri come "Dom Helder Camara
- La voce di un mondo senza voce",
"Umanesimo integrale" di Jacques
Maritain, l'enciclica "Evangeli
Nuntiandi", e mi disse
semplicemente:<<C'e' tanta gente che
soffre nella nostra terra ed in
tutto il mondo. Vuoi darmi una mano
per tentare di fare qualcosa?>>. E
fu così che iniziai con lui un
cammino che mi marchiò come un
tatuaggio indelebile: era verso la
metà degli anni '70 ed ancora oggi,
che pure non frequento più
parrocchie da tempo, la mia
attenzione verso gli "ultimi", i
nuovi poveri, i "senza voce" rimane
per me assolutamente una scelta di
vita. Don Giovanni, questo è il suo
nome ed ometto il cognome solo per
rispetto alla sua scelta attuale di
ritirarsi a vita privata e di
preghiera in quel di Reggio
Calabria, non mi disse mai
"combattiamo contro..." ma "diamoci
da fare per...", e mentre "facevamo"
studiavamo, e mentre studiavamo
vivevamo sulla nostra pelle di
"giovani missionari" tutte le piaghe
e le sofferenze del mondo vicino e
lontano.
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Non mi
sembra strano che su questa strada
ci siamo incontrati nientemeno che
con Roberto Benigni, proprio perchè
le strade che attraversano gli
stessi territori desolati, come nei
deserti, prima o poi fatalmente si
incrociano. Mi sembrava strano,
invece, che non ci fossimo ancora
incontrati con lui e con tutta
quella piccola grande umanità che in
silenzio cerca la strada difficile
della Giustizia "giusta" ed uguale
per tutti, di una più equa
distribuzione delle ricchezze del
mondo, del coinvolgimento fattivo e
solidale nei bisogni degli "ultimi",
nella ricerca di un ambiente a
misura d'uomo, nella necessità di
proseguire nella strada delle
riforme sociali e dello "sviluppo
sostenibile". Ma tutto senza toni da
crociata, senza la ricerca di un
"nemico del popolo" ma sia pure con
i toni fermi della denuncia
coraggiosa di quanto losco ci sia in
alcuni pericolosi connubi tra
politica ed affari.
Quando il
losco c'è realmente, non "a
prescindere".
Quando
ripenso all'esibizione di Roberto
sul palcoscenico di Sanremo, davanti
a tanti milioni di italiani che si
aspettavano toni da invettiva e
scomuniche da Savonarola, sorrido
felice. Sorrido perchè Roberto ha
utilizzato quella "scintilla divina"
che gli permette di parlare
direttamente al cuore delle persone
per parlarci dell'unica, vera,
grande e dirompente arma che può
sconfiggere il male: ci ha parlato
dell'Amore, quello con la "A"
maiuscola, quello che sa essere
coraggioso nel denunciare ma sa
anche pronto a capire gli errori
altrui, quell'Amore che non ha
bisogno di scatenare "guerre sante"
per dire la Verità, quell'Amore che
trasforma uno schiaffo in un
buffetto amichevole, pur mantenendo
la stessa identica forza d'urto.
Quell'Amore che rende meno amara la
medicina per chi è ammalato, come
ammalata è ai giorni nostri la
nostra Democrazia, quell'Amore
disinteressato verso gli altri che
fà dubitare di perplessa ammirazione
coloro che, prigionieri della loro
egoistica pusillanimità, pensano "Ma
chi glielo fà fare...". Roberto
esordisce con un inno all'Amore che
riesce a fare breccia in tutti i
cuori presenti, anche in quelli più
prevenuti e pronti a sfoderare la
spada contro di lui, dimostrando che
non sono le armi che prevengono
l'uso delle armi, ma che parole
sincere di Pace sono più disarmanti
di mille bombe nucleari. Poi
continua con una citazione a
sorpresa: Sant'Agostino, nientemeno!
"Ama, e poi fai ciò che vuoi" -
ripete con il suo sorriso
fanciullesco - "Perchè quando ami è
la mano di Dio si poggia sulla
spalla dell'uomo".
Benigni che
cita Sant'Agostino!
Sembra di
sognare, e come a completare il suo
pensiero inespresso (o forse è lui
che mi ha spinto a pensarci
inconsciamente) mi viene in mente
una risposta che nel suo libro "La
Città di Dio" Agostino diede ai
Romani, convinti che il disastro
dell'Impero derivasse dall'abbandono
della religione tradizionale "Non
gli dei, ma le virtù degli antichi
Romani hanno costruito l'Impero; e
ora esso va a picco perchè quelle
virtù sono venute meno. I Romani
antichi avevano saputo frenare molti
loro istinti meschini per amore
della patria: invece i discendenti
di quegli eroi vivono da parassiti
oziosi, trascinandosi dal palazzo di
un potente al Circo, oppure ai
teatri, scroccando il pane ed
abbrutendosi nei divertimenti". Mi
sembra di vedere qualcosa di
attinente a quanto avviene oggi in
Italia, dove molti si lamentano
della pericolosità della avversa
parte politica e non pensano,
invece, a come possa essere
pervenuta essa al successo
elettorale non tanto per meriti
propri quanto per demeriti altrui.
Ma la vera apoteosi è nel momento in
cui Roberto, come ad indicare una
strada a tutti noi, comincia a
recitare in onore di tutte le donne
il Canto XXXIII° della Divina
Commedia:"Vergine madre, figlia del
tuo Figlio, Umile e alta più che
creatura, termine fisso d'eterno
consiglio...". Noi tutti ricordiamo
questo brano con molta tenerezza, e
quindi è facile per Roberto tramite
questo espediente entrare nei più
remoti recessi dei cuori di ognuno,
laddove nessun "Porta a Porta",
nessun comizio, nessun discorso
politico avrà mai diritto di
accesso.
Con un
duplice effetto: nei cuori degli
avversari gli fà guadagnare il
rispetto, quasi una forma di
sorprendente "guardinga simpatia".
Nei cuori
dei suoi amici, invece, è come se
una luce potentissima avesse
rischiarato quella che sembrava in
un primo momento una "nuttata"
edoardiana, poi, dopo "l'urlo" di
Nanni Moretti e gli autoconvocati di
Firenze, del Palavobis di Milano,
dei Girotondi, un duro e lungo
"purgatorio". E' il segnale della
luce che sta tornando a sconfiggere
le tenebre, è il segnale che la
nostra presa di coscienza degli
errori fatti è già un segnale
inequivocabile di un nuovo giorno
che sta per nascere: e Dio solo sa
quanto abbiamo bisogno, finalmente,
di parole ricche di speranza, non
più crepuscolari, non più
autoflagellanti.
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E fu così
che, come San Francesco ammansì il
lupo di Gubbio con gesti d'amore,
anche il "piccolo diavolo" è
riuscito ad ammansire il suo feroce
nemico Ferrara riempiendolo di
gioiose impertinenze, solleticandolo
con la piuma dell'arguzia mentre
quello impugnava la clava della
prepotenza, ma soprattutto
bombardandolo con dosi massiccie
d'Amore, sostanza letale per chi non
ne è assolutamente abituato all'uso.
Stessa sorte riservata, poi, al
Grande Innominato Silvio Berlusconi,
che dai panni di Imperatore del Male
cucitigli addosso da una male
assortita compagine antagonista alle
scorse elezioni, ora si ritrova
improvvisamente "in mutande"
sbertucciato nei suoi piccoli tic e
nelle sue gaffes ma mai offeso, mai
sputacchiato, mai messo alla gogna.
Anzi! Proprio dopo avergli sfilato
uno ad uno tutti gli indumenti con
grazia e bon ton (su argomenti seri
come le rogatorie, il conflitto
d'interessi, la scarsa
considerazione nel mondo), invece di
abbandonarlo al pubblico ludibrio
come un fantoccio sventrato lo
abbraccia con Amore, lo ripulisce da
qualche schizzetto di fango e gli
offre persino il proprio cappotto
per coprirsi:"Presidente Berlusconi,
le affido queste parole: ogni sera,
quando andiamo a dormire, ci faccia
sentire orgogliosi di essere
italiani!".
Scrive
l'ascaro Ferrara:"...E' stato un po'
vigliacchetto, buonista in linea con
Sanremo e buonista anche in linea
con il risultato delle elezioni,
delle quali evidentemente ha tenuto
conto più di chiunque altro". Ed
invece, caro Ferrara, in quella
chiosa così "buonista" c'era la
sintesi di tutto il suo intervento,
e tu non te nei sei accorto o, per
cercare di mettere una "pezza a
colori", hai fatto finta di non
accorgertene. Roberto ha detto con
garbo che invece, fino ad oggi, noi
ci vergognamo un pò di essere
italiani. Il che non mi sembra tanto
una carezza nei confronti di questa
maggioranza e di questo premier. Ma
con la forza dell'Amore ha anche
riaffermato che nessuno di noi deve
gioire morbosamente di questo
disastro istituzionale, né a destra
né a sinistra, e che tutti dobbiamo
essere pronti a riconoscere,
lealmente, se il Governo dovesse
dimostrare un'inversione di
tendenza.
E se è il
caso, dobbiamo dimostrarci pronti a
governare l'Italia anche
dall'opposizione. Intanto, anche al
nostro interno, riapriamo quei
canali di comunicazione tra mondi
convergenti come le tante anime
socialiste, ambientaliste,
riformiste, cattoliche e laiche, con
una speciale attenzione ai giovani
cattolici impegnati nel
volontariato, nel sociale, nelle
missioni, che con troppa supponenza
abbiamo lasciato indietro come se
fossero soldatini disciplinati che
dovevano ubbidire ad una certa
gerarchia ecclesiale ancora
prigioniera di pregiudizi da guerra
fredda, e soprattutto guardando a
quell'universo di una sinistra per
sua vocazione estremamente attenta e
sensibile alle problematiche sociali
"forti" come il pacifismo, la
solidarietà, la lotta per la
cancellazione del debito dei Paesi
poveri del Terzo e Quarto mondo, i
pericoli di una globalizzazione
selvaggia. Abbiamo tanto da fare
"per" creare le condizioni di un
cambiamento epocale per il nostro
Paese, che non abbiamo tempo di
"combattere contro" qualcuno.
Tanto a
farsi del male - la nemesi di
Moretti! - ci sta pensando lui
stesso e qualche suo "fede...le"
cortigiano.
Giovanni
Pecora