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In Iliata
ci fu un Cavaliere che, in pochi anni,
accumulò una fortuna immensa. Un giorno
alcuni magistrati cominciarono a
interessarsi dei suoi affari. E
cominciarono a piovergli addosso accuse di
falso, corruzione, concussione, evasione
fiscale e altro ancora. Arrivarono le
prime sentenze di condanna. Il Cavaliere,
attraverso i suoi giornali, le sue
televisioni, i suoi deputati (aveva
fondato un partito), scatenò una violenta
campagna contro i magistrati che
indagavano su di lui accusandoli
d’esercitare una giustizia di parte. Lui
stesso si definì un perseguitato politico.
Tanto
fece e tanto disse che molti iliatesi gli
credettero.
Poi un
giorno (come capita e capiterà a tutti),
morì.
Nell’aldilà venne fatto trasìre in una
càmmara disadorna. C’era un tavolino
malandato darrè il quale, sopra una seggia
di paglia, stava assittato un omino
trasandato.
«Tu sei
il Cavaliere?», spiò l’omino.
«Mi
consenta», fece il Cavaliere irritato per
quella familiarità. «Mi dica prima di
tutto chi è lei».
«Io sono
il Giudice Supremo», disse a bassa voce
l’omino.
«E io la
ricuso!», gridò pronto il Cavaliere che
aveva perso tutto il pelo, la carne, le
ossa, ma non il vizio.
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