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La storia della politica italiana e
non solo degli ultimi anni è stata
caratterizzata da un progressivo
allontanamento del Paese civile
dalla politica del Palazzo con il
conseguente logoramento dei
meccanismi di democrazia
rappresentativa ai quali la nostra
Carta Costituzionale è ispirata.
Nelle ore che precedono ogni
consultazione elettorale, la maggior
preoccupazione di politici,
giornalisti, commentatori e società
di indagine statistica è, ormai,
costituita dal dato relativo alla
percentuale di elettori che potrebbe
disertare le urne; ci si interroga,
quindi, sulle condizioni
meteorologiche, sulla concomitanza
delle operazioni di voto con match
calcistici particolarmente attesi e
su ogni altro fenomeno capace di
calamitare l’attenzione
dell’opinione pubblica e di
distrarla dai propri doveri
elettorali.
Una volta chiuse le urne, poi, la
società mediatica e quella politica
danno il via ad un’interminabile
attesa talvolta condita da colpi di
scena, talvolta decisamente più
noiosa alla ricerca dei primi
risultati elettorali attendibili
idonei a scatenare le reazioni
positive ed entusiaste dei vincitori
e quelle deluse e, talvolta,
imprevedibili dei vinti che, in
qualche occasione, non mancano
neppure di contestare, in ogni sede,
il verdetto dello scrutinio
denunciando brogli elettorali,
errori di calcolo ed altri analoghi
episodi suscettibili - a loro dire -
di inficiare la validità dell’intera
consultazione elettorale.
Le ragioni del crescente fenomeno
dell’astensionismo sono,
probabilmente, molteplici ed
eterogenee e vanno dalla sfiducia
della società civile rispetto alla
politica del Palazzo, ai troppi
“tradimenti” alla “delega”
elettorale consumatisi, negli ultimi
anni, nelle Aule parlamentari sino
ad arrivare ad un innegabile
impoverimento della cultura e
dell’ideologia politica.
Altrettanto difficile è scommettere
sull’esattezza e correttezza delle
operazioni di scrutinio e, quindi,
del loro verdetto.
Chiunque abbia vissuto, almeno una
volta, l’esperienza di scrutatore o
Presidente di seggio ha ben presente
cosa voglia dire aver a che fare con
tonnellate di carta, decine e decine
di moduli da riempire in un clima
spesso teso o, comunque,
disordinato, migliaia di schede
elettorali da scrutinare - spesso
durante la notte - cercando di
interpretare al meglio la volontà
degli elettori affidata a minuscoli
geroglifici impressi con matite
copiative vecchie di decine di anni.
I problemi del nostro Paese sono
certamente diversi e ben maggiori
rispetto al funzionamento buono o
meno buono della macchina elettorale
e, pensare di risolverli cambiando
esclusivamente “il gioco delle urne”
sarebbe, probabilmente, illusorio.
Non si può negare, tuttavia, che il
sistema della democrazia
rappresentativa sia ampiamente
affidato ed anzi fondato proprio su
un sistema elettorale efficiente,
efficace ed affidabile non solo
nelle regole e nei meccanismi di
calcolo della rappresentatività ma,
anche, dell’attuazione concreta di
tali regole e principi.
In questa prospettiva il voto
elettronico e, ancor di più, quello
telematico, vengono - a mio avviso a
ragione - da più parte indicati come
possibili soluzioni non certamente
ai problemi della rappresentatività
della classe politica rispetto al
pensiero ed alle scelte degli
elettori ma, almeno, alla piaga
dell’astensionismo ed ai dubbi e
perplessità cui si è fatto cenno
circa la capacità dell’attuale
macchina elettorale di garantire una
corrispondenza univoca tra la
volontà espressa dall’elettore e
quella “fotografata” in sede di
scrutinio.
Nonostante, probabilmente in molti
pensino il contrario, non stiamo
parlando di fantascienza né di un
qualcosa che apparterrà al futuro
dei nostri figli ma, al contrario,
di possibilità concrete e reali che
appartengono ai nostri giorni e che
per essere attuate non necessitano
di alcuna nuova rivoluzionaria
scoperta scientifica o tecnologica
ma, semplicemente, di un atto di
volontà del nostro legislatore.
Voto elettronico e voto telematico,
infatti, consistono semplicemente in
modalità alternative ed innovative
per registrare la manifestazione di
volontà dell’elettore avvalendosi
dei nuovi strumenti informatici e
telematici.
Nel primo caso l’elettore - in
possesso di un documento elettronico
di riconoscimento (carta d’identità
elettronica, smart card contenente
la propria firma digitale ecc.) - si
reca presso apposite “urne
informatiche”, viene riconosciuto da
in sistema informatico ed esprime,
attraverso il medesimo sistema, il
proprio voto; si tratta di una
metodologia di voto probabilmente
neutra rispetto al problema
dell’astensionismo ma, certamente,
vantaggiosa sotto il profilo della
correttezza ed affidabilità dello
scrutinio (interamente gestito, in
tempo reale, da sistemi informatici)
nonché sotto quello dei tempi e dei
costi di ultimazione delle procedure
elettorali.
Nonostante lo scarso risalto che i
media hanno riservato alla notizia,
peraltro, tale sistema di voto è già
stato utilizzato con successo -
sebbene in via sperimentale - negli
scorsi anni nelle elezioni comunali
di Avellino e Campobasso e viene,
ormai da tempo, utilizzato dalle
Università Italiane per le elezioni
delle Commissioni di valutazione dei
concorsi e per quelle degli organi
istituzionali accademici.
Nel secondo caso - voto telematico -
invece, l’elettore può esprimere la
propria manifestazione di voto via
internet e, quindi, rimanendo
comodamente seduto sulla propria
poltrona o utilizzando il proprio
telefonino; un sistema informatico
provvede - in remoto - al
riconoscimento del cittadino ed alla
verifica della sua legittimazione
all’espressione del voto dopo di che
consente all’elettore di accedere -
in modalità sicura - ad un’apposita
area di un sito attraverso il quale
è possibile completare una scheda
virtuale ed imbucarla poi - sempre
virtualmente - nell’urna
elettronica.
Questo sistema oltre ai vantaggi
comuni anche al voto elettronico
costituisce, innegabilmente, un
ottimo rimedio contro il crescente
astensionismo ed è proprio per
questa ragione che nella primavera
di quest’anno è stato adottato - per
la prima volta in Europa - nelle
elezioni di 30 comuni inglesi.
In Italia, una metodologia analoga è
stata già utilizzata nel 2001 per
l’elezione di una parte dei membri
del Comitato nazionale dei Radicali
Italiani.
Difficile credere che la lentezza
con la quale il Palazzo sta
vagliando la possibilità di varare
analoghi sistemi di votazione - allo
stato esiste un solo disegno di
legge in tal senso ancora in attesa
di essere inserito nell’agenda
parlamentare ed il cui testo non è
neppure disponibile - sia da
attribuire esclusivamente a dubbi e
perplessità circa il livello di
sicurezza ed affidabilità di tali
sistemi.
L’impressione è, piuttosto, che
quello della “sicurezza” sia solo -
o, almeno in buona parte - un alibi
dietro al quale si trincerano gli
uomini del Palazzo per non far
compiere al Paese un passo
importante verso la democrazia
elettronica.
Non sembra, infatti, potersi
dubitare che il livello di
affidabilità dei sistemi di voto
elettronico e telematico sia
certamente maggiore di quello
garantito dall’attuale macchina
elettorale ed affidato ad uomini,
carta e matite stemperate; tutto
ciò, ovviamente, senza voler
affrontare il profilo dei costi e
dei miliardi di lire periodicamente
investiti nell’organizzazione di
ogni tornata elettorale.
Avv. Guido Scorza
(*)
Docente di diritto dell’informatica
presso l’Università di Bologna
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