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Attraverso un laconico comunicato
stampa del Ministero
dell’Innovazione Tecnologica del 9
novembre scorso abbiamo appreso che
con Decreto del 31 ottobre, Lucio
Stanca, titolare del Dicastero, ha
istituito la “Commissione per l’Open
Source nella P.A.” come si riferisce
nell’intestazione di detto
comunicato o, piuttosto, quella “per
il software a codice sorgente aperto
nella pubblica amministrazione” come
riportato nel corpo del testo.
Sul bisticcio definitorio non voglio
soffermarmi in questa sede per non
distrarre i lettori dal vero
problema e, quindi, mi limito solo a
rilevare che, non sempre, le
questioni definitorie sono di
importanza trascurabile…e che se “a
codice sorgente aperto” vuol dire
semplicemente “trasparente” –
interpretazione che condividerei ma
non ritengo sia quella voluta dagli
estensori del Decreto – allora la
neo istituita Commissione dovrà
occuparsi anche di tutti quei
software “proprietari” i cui
titolari dei relativi diritti
d’autore, si sono già dichiarati
disponibili a consegnare i codici
sorgenti alla Pubblica
Amministrazione al solo scopo di
consentirne un esame attento ed
approfondito.
Tra questi, tanto per non fare nomi
ma…solo cognomi…dovremmo includere
anche Microsoft che con il suo
programma “Government Security
Program” riconosce alla Pubblica
Amministrazione proprio tali
diritti.
Il vero problema – quello da cui
nasce il titolo di questo articolo –
tuttavia è un altro.
La formulazione del comunicato
(auspicare la pubblicazione del
Decreto per esteso nell’era della
società dell’informazione e sulle
pagine del Ministero per
l’Innovazione Tecnologica è
evidentemente eccessivo) non
consente di comprendere esattamente
quali siano gli obiettivi e le
funzioni della Commissione e,
quindi, possiamo solo ragionare per
ipotesi.
A giudicare da quanto si riferisce
nel comunicato in relazione al
contesto nel quale l’iniziativa si
inserisce (“in accordo con il
piano di miglioramento
dell’efficienza, dell’efficacia e
della economicità dell’apparato
statale per la cui realizzazione
rientra a pieno titolo lo studio e
la valutazione dei nuovi sviluppi
delle tecnologie dell’informazione,
quali l’open source”)
sembrerebbe, comunque, possibile
ritenere che tale Commissione sia
nata con l’obiettivo di guidare la
Pubblica Amministrazione verso
scelte oculate in campo informatico
che risultino in linea con i
principi cui l’azione della P.A.
deve, per legge, ispirarsi
(efficienza, efficacia, economicità
ecc.), e con le nuove tendenze del
mercato e dell’industria del
settore.
Tuttavia, se tale conclusione è
corretta, sarebbe stato,
probabilmente metodologicamente più
corretto intitolare la neo istituita
Commissione: “Commissione per il
buon software nella Pubblica
Amministrazione” o, piuttosto
“Commissione per la sicurezza, il
contenimento dei costi e
l’efficienza del software nella
Pubblica Amministrazione”.
Sarebbe stato, in altre parole,
meglio evitare di sottoporre ai
membri di una commissione una
domanda la cui risposta è nel nome
stesso della Commissione della quale
sono chiamati a far parte.
Fuori dalle righe, nel nostro caso,
la domanda è, evidentemente se il
software open source sia
effettivamente in grado di
assicurare alla P.A. maggiori
garanzie in termini di sicurezza,
contenimento dei costi e efficienza
rispetto alle corrispondenti
soluzioni “proprietarie” e la
risposta – peraltro già
abbondantemente annunciata nelle
Linee Guida pubblicate dal Ministero
per l’Innovazione tecnologica del
Giugno scorso – che si vorrebbe
fosse data è evidentemente positiva.
Tuttavia, come è noto ai molti amici
e colleghi con i quali negli ultimi
mesi ci siamo trovati a confrontarci
su queste tematiche in diversi
convegni, conferenze ed incontri,
tale risposta non è così semplice né
tanto pacifica.
Da un lato, infatti, gli studi
economici e tecnici sino a questo
momento svolti a livello nazionale,
europeo ed internazionale non sono
pervenuti a conclusioni univoche
circa la maggior sicurezza ed
economicità delle soluzioni open
rispetto a quelle proprietarie e,
anzi, in molte occasioni sono giunti
a conclusioni opposte o, comunque,
hanno pronunciato un “verdetto” di
sostanziale equivalenza tra le due
soluzioni.
Dall’altro la comunità scientifica
(soprattutto quella di giuristi ed
economisti) ritengo non abbia ancora
valutato a fondo quali possano
essere le conseguenze di un’adozione
diffusa del modello di circolazione
dei diritti che caratterizza il
software open source (e quello
“libero”) in relazione ad un aspetto
che, in realtà, dovrebbe stare
particolarmente a cuore proprio al
Dicastero presieduto da Lucio
Stanca: quello degli effetti di tale
scelta sul versante del progresso
scientifico e tecnologico.
Nel mondo del software OS (e di
quello “libero”), infatti, si
propone un modello di “motivazione”
alla creazione di nuovo codice
sensibilmente diverso rispetto a
quello caratteristico del sistema
tradizionale della proprietà
intellettuale ed industriale di
remunerazione economica diretta per
lo sforzo creativo/inventivo
sostenuto; il dubbio è, tuttavia,
che tale modello alternativo, possa
finire con il frenare, rallentare o
distorcere l’innovazione nel settore
informatico.
Il sospetto che la risposta sia
nella domanda sembra, d’altra parte
trovare conferma anche nel periodo
di soli tre mesi concesso ai super
esperti per ultimare i lavori della
neo istituita Commissione; volontà
di rompere il pluridecennale costume
italico di Commissioni in seduta
permanente da anni o, piuttosto,
esigenza di disporre di un
illuminano ma non illuminante parere
al più presto?
Non sono mai stato e non vorrei
apparirlo neppure in questa sede
troppo attaccato alle parole ma, in
alcune occasioni, la forma è
sostanza e dietro la scelta di
un’espressione spesso si cela la
conclusione di un ragionamento che
non si vuol far apparire come già
esaurito ma non dispiace traspaia
come tale.
D’altra parte
anche se la Commissione fosse stata
istituita semplicemente allo scopo
di studiare e valutare se
l’open source costituisca o meno la
soluzione ideale per migliorare
l’efficienza, efficacia ed
economicità delle scelte
informatiche della Pubblica
Amministrazione, allora, a tutto
voler concedere, avrebbe dovuto
essere chiamata “Commissione
sull’open source nella P.A.” e
non “Commissione per l’Open
Source nella P.A.”.
La locuzione
“per” nella lingua italiana
ha un significato univoco e sta ad
indicare un fine, un obiettivo, una
direzione o un risultato al quale si
tende o che, comunque, ci si
prefigge.
Veniamo ora
alla seconda questione annunciata
nel titolo di questo contributo:
quella di stile.
Negli ultimi anni, proprio grazie al
movimento per il software libero ed
Open Source, nel mondo giuridico ed
economico si è riacceso un dibattito
che dopo la Direttiva dell’Unione
Europea 91/250 sulla tutela
giuridica del software ai sensi
della legge sul diritto d’autore ed
il Decreto Legislativo 518/92 di
attuazione, sembrava ormai sopito:
quello sulla disciplina giuridica
dei programmi per elaboratore ovvero
sulla ricerca di una soluzione
giuridica che fosse in grado di
contemperare i molteplici interessi
(degli utenti, dell’industria e del
progresso) che convergono e si
scontrano in materia di circolazione
dei diritti e sul regime delle
esclusive in materia di software.
Pur a prescindere dalle predette
questioni giuridiche, in ogni caso,
le problematiche che la neo
istituita Commissione si troverà ad
affrontare involvono interessi e
questioni suscettibili di
condizionare sensibilmente il
mercato e l’industria informatica
dei prossimi anni.
Sarebbe stato, per questo, forse
auspicabile che prima di costituire
la Commissione per l’Open Source
nella Pubblica Amministrazione, si
fosse avviata una fase di
consultazione tra i soggetti
coinvolti e, magari, si fosse
chiesto a questi ultimi di
individuare possibili rappresentanti
da invitare a prender parte ai
lavori della Commissione.
Si è invece ritenuto – e da qui
l’annunciata questione di stile – di
procedere in maniera silente senza
neppure preoccuparsi di pubblicare i
nomi dei membri di detta Commissione
consentendo così a quanti fossero
interessati, almeno, di cercare con
essi un confronto ed uno scambio di
idee.
A prescindere da tali
considerazioni, alla neo istituita
commissione non possono, ovviamente,
che essere indirizzati i migliori
auguri di pronto raggiungimento
degli ambiziosi obiettivi e
l’auspicio che, almeno il risultato
dell’attività svolta, possa, al più
presto, essere posto a disposizione
della comunità scientifica perché ne
discuta, ci si confronti e ne tragga
comunque motivo di crescita
culturale nella più tradizionale
logica “open source”.
Avv. Guido Scorza
(*)
Docente di diritto dell’informatica
presso l’Università di Bologna
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