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Il diritto nella Rete
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il diritto - nonostante la diversa
impressione che talvolta traspare
dalla lettura di certi resoconti
parlamentari - è, o almeno dovrebbe
essere una scienza esatta.
Il giurista, al pari di ogni
scienziato, è chiamato ad un
costante monitoraggio dei fenomeni
economici, sociali, politici e
culturali ed ad un attento lavoro di
analisi delle loro caratteristiche e
peculiarità nonché delle analogie o
differenze rispetto ad altri
fenomeni già registrati nel passato.
Una volta compresa a fondo la natura
di un fenomeno il suo compito e la
sua abilità stanno nell’individuare
e, in taluni casi, anzi,
nell’inventare una disciplina
giuridica idonea a contemperare gli
opposti interessi che in ogni
fenomeno vengono in rilevo e,
talvolta, in conflitto..
Che poi, sempre più di frequente, le
cose avvengano in modo assai meno
lineare e scientifico è affare che
vogliamo lasciar fuori dai bit di
questa rubrica e per il quale vi
rimandiamo ai megabyte delle pagine
di questo sito.
Nell’ultimo decennio, tuttavia,
questo modus operandi ha incontrato
un ostacolo più impervio del
previsto allorquando il giurista è
stato chiamato a confrontarsi con i
problemi giuridici dell’Internet e,
quindi, costretto a fare i conti con
la sua natura poliedrica e
multiforme, con il suo percorso
evolutivo al di fuori di ogni schema
e di qualsiasi regola, con la sua
totale astrazione da ogni
riferimento territoriale,
linguistico, culturale e politico e,
ad un tempo con la sua dimensione
globale.
Il maggiore problema del diritto
dell’Internet, problema che ci
troveremo ad affrontare di frequente
in questa rubrica, concerne proprio
la difficoltà del giurista – sia
esso legislatore, magistrato o
avvocato – di cogliere l’essenza
della Rete o, forse, meglio sarebbe
dire delle Reti che convivono
nell’Internet, di comprenderne
dinamiche e linee evolutive,
filosofie e culture, tradizioni,
consuetudini (sebbene giovani) e
prospettive.
E’ evidente che procedere nel
ragionamento giuridico e tentare di
dettare o, semplicemente, applicare
regole di diritto muovendo da
presupposti inesatti vuol dire
pervenire a conclusioni altrettanto
sbagliate e non condivisibili.
Nelle prossime settimane passeremo
in rassegna i molti problemi ancora
aperti del diritto della Rete
cercando di non perdere mai di vista
l’approccio corretto a queste
tematiche e, cioè, quello di capire
quale sia il prodotto, il servizio o
il fenomeno che ci si trova di
fronte e, solo dopo, discutere,
valutare ed affrontare il problema
della sua disciplina giuridica.
E’ tuttavia importante chiarire sin
da subito un aspetto troppe volte e
troppo spesso dimenticato,
tralasciato, trascurato dalla
giurisprudenza, dalla dottrina
giuridica, dagli imprenditori e,
soprattutto, dalla gente comune: il
cyberspazio non è un mondo virtuale
ma – a tutto voler concedere – una
proiezione del mondo reale.
In Rete si muovono ed agiscono gli
stessi soggetti che incontriamo
tutti i giorni per strada o al
lavoro, che vediamo in televisione o
con i quali negoziamo abitualmente
l’acquisto di una casa, di
un’automobile o di un panino ed i
diritti che circolano nel web sono i
medesimi di cui si discuteva qualche
secolo fa nel Foro Romano e dei
quali oggi si discute nei Tribunali,
in Parlamento e, sempre più di
frequente, nelle Piazze.
Le persone, ogni giorno, nel
cyberspazio si confrontano, si
scambiano idee ed opinioni e
concludono contratti proprio come
avviene da secoli in tutto il mondo.
Ciò che cambia, dunque, è solo il
mezzo, lo strumento utilizzato per
gestire i propri rapporti economici,
commerciali, lavorativi e, talvolta,
persino affettivi.
Nell’affrontare le questioni
giuridiche della Rete occorre per
questo fugare subito il dubbio che
il cyberspazio possa costituire un
porto franco, una terra di nessuno o
un farwest nel quale tutto è
permesso e nulla è vietato o,
comunque, nel quale non può essere
riconosciuta alcuna Autorità
statuale.
Così facendo, infatti, si alimentano
solo falsi miti e sciocche leggende
– basti pensare a quella secondo cui
la musica on line dovrebbe essere
gratuita o quella secondo cui
l’anonimato in Rete andrebbe
tutelato e protetto – e, ad un
tempo, irragionevoli paure ed
infondati sospetti sul popolo della
Rete troppo spesso ritratto da
giornali e televisioni come fatto di
demoni, fantasmi, vagabondi e serial
killer a caccia di vittime nelle
chat e nei news group.
Tutto ciò non fa bene alla Rete ma,
soprattutto non fa bene al progresso
tecnologico e culturale del mondo
intero.
Avv. Guido Scorza
(*)
Docente di diritto dell’informatica
presso l’Università di Bologna
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